La sicurezza sul lavoro che si vede, ma non c’è
06 settembre 2010 Nessun Commento

Trovarsi al giorno d’oggi a dover scrivere dell’ennesima tragedia sul lavoro fa al commentatore uno strano effetto. Pare, infatti, di dover parlare di un caso di vaiolo, o di peste, o di mortalità da parto: di cose, insomma, che dovrebbero ormai appartenere alla storia (anche se proprio la materia della mortalità da parto potrebbe, purtroppo, drammaticamente smentirci).
E invece – verrebbe da dire – eccoci daccapo. A commentare la morte di un operaio di 57 anni, che perde la vita durante una manutenzione di routine.
Tutti – dico tutti – gli elementi della vicenda sembrano schierarsi compatti contro ciò che purtroppo è avvenuto: l’età di Salvatore Autieri, il quale era del mestiere da molti anni; il fatto che si trattasse di un’operazione di pulizia assolutamente ordinaria, a macchina ferma; e via discorrendo.
Se, in condizioni soggettive e oggettive così favorevoli, può verificarsi un incidente mortale, viene da domandarsi a che cosa serva l’imponente e costosissimo apparato di misure di sicurezza sul lavoro che, dopo un’espansione il cui inizio risale per lo meno al 1957, ha oggi raggiunto i suoi massimi livelli con il TUSL (Testo Unico per la Sicurezza dei Lavoratori), emanato nel 2008 e attualmente in vigore nella forma sensibilmente modificata dal Decreto Correttivo dello scorso anno.
Sarebbe a questo punto troppo semplice (e sicuramente lo faranno in molti), prendere di mira la (vastissima) normativa vigente attaccandone difetti e lacune. Troppo semplice, anche perché si tratta di una normativa elefantiaca, affastellata, incoerente e troppo spesso non realistica. Così come sarebbe troppo semplice spostare l’accento sull’applicazione della normativa: come doverosamente farà la Procura della Repubblica, che, obbedendo all’automatismo previsto proprio dal TUSL, indagherà sui responsabili dell’azienda per lesioni colpose (per inciso, uno dei due responsabili – che sono marito e moglie – era personalmente presente sulla scena della tragedia).
Ma noi non crediamo che il punto sia questo. Qualunque cosa si voglia ritenere della qualità della legge; qualunque cosa si vorrà ritenere della condotta dei responsabili aziendali; secondo noi, il problema sta altrove.
Il fatto è che, negli ultimi anni, l’obiettivo della sicurezza è stato sempre più perseguito con un metodo “oggettivo”: predisponendo, cioè, un’imponente rete di misure materiali e procedurali intorno a ogni attività lavorativa. E dimenticando forse un po’ troppo gli aspetti soggettivi: il concreto atteggiamento del lavoratore in mezzo a tali misure.
Se si perdona il vecchio paragone dei buoi che possono scappare dalla stalla, sarebbe come il mandriano ne avesse voluta prevenire la fuga irrobustendo sempre più il relativo portone, dotandolo di paletti, sicure e antifurti, e sempre più disinteressandosi del concreto atteggiamento dei buoi stessi, nonché dell’aria che tira all’interno della stalla.
Un’aria che – uscendo dalla metafora – non appare certo idonena a buoni risultati in materia di sicurezza. Con lavoratori che spesso si dicono giustamente infastiditi da misure di sicurezza che, più che proteggere, imbrogliano; e che – per altro verso – possono essere invogliati a metterci meno del loro, confidando nella presunta onnipotenza delle tanto reclamizzate misure.
Così, ecco che viene tragicamente sottovalutato il peso della fretta, dello stress, delle quotidiane distrazioni, dei pensieri e delle preoccupazioni personali; di tutta una serie di fattori, insomma, che possono provocare fatali errori e/o distrazioni. E contro i quali le imponenti misure di sicurezza – molto opportune da un punto di vista politico ed economico – spesso possono poco o nulla.
Non abbiamo gli elementi per affermare che il povero Salvatore Autieri sia stato vittima – in tutto o in parte – di simili circostanze. Ma abbiamo invece elementi per affermare che non in leggi su leggi, bensì in queste più semplici riflessioni sta la chiave per accorciare la tragica lista dei caduti sul lavoro.
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